John WESLEY – Thoughts upon Slavery

THOUGHTS UPON SLAVERY

PENSIERI SULLA SCHIAVITÙ

Editore: R. Hawes, London

Anno di pubblicazione della prima edizione: 1774

Numero di pagine della prima edizione: 54

Leggi qui il PDF della 3° edizione (in lingua inglese)

 

 

 

 

 

Nota sull’autore: John Wesley fu il fondatore del metodismo, un movimento di risveglio cristiano nato in Inghilterra nel XVIII secolo che enfatizzava la santificazione personale, la predicazione all’aperto e l’importanza della fede vissuta nelle opere di carità. Ebbe a cuore i bisognosi, convinto che fosse suo dovere prendersi cura di loro sia nella sfera corporea che in quella spirituale, come testimoniano il suo costante impegno e la pubblicazione del volume Primitive Physick.

Descrizione del libro e commento: questo breve opuscolo ebbe tre edizioni nell’anno di uscita, poi una quarta e una quinta edizione a Londra (rispettivamente nel 1775 e 1792), venne pubblicato a Philadelphia nel 1774 e nel 1784, e a New York dall’American Anti-Slavery Society nel 1839, e venne ampiamente utilizzato dagli abolizionisti americani per le loro argomentazioni morali e politiche.

Nel volumetto Wesley espresse le ragioni che lo portavano a essere contrario alla schiavitù.

Riassunto: Dopo alcuni riferimenti storici sull’utilizzo degli schiavi da parte degli ebrei, dei greci, dei romani e dei popoli germanici, Wesley afferma che in Europa tale pratica era caduta in disuso, per tornare in auge dopo la scoperta dell’America, radicandosi in particolar modo nelle colonie britanniche. Descrive le terre e i popoli dell’Africa, citando testimoni oculari, raccontando come gli abitanti fossero ben diversi dai terribili racconti che li dipingevano come barbari, stupidi e pigri. Fornisce raccapriccianti dettagli sulle modalità con le quali queste persone venivano rapite dalla loro patria, trasportate sulle navi e vendute, ricordando come le colonie americane prelevassero circa centomila schiavi negri all’anno, di cui circa trentamila morivano durante il viaggio o prima della vendita, chiedendosi se Dio avrebbe mai voluto che delle nobili creature venissero costrette a perire in tal modo.

Wesley menziona le leggi brutali che regolamentavano la schiavitù nelle varie colonie, ricordando come in Virginia chiunque avesse il legittimo diritto di uccidere e distruggere uno schiavo fuggitivo in qualsiasi modo ritenesse opportuno e lamentando la crudeltà eccessiva sovente utilizzata nel trattamento dei neri.

Wesley procede a smontare le tesi dei sostenitori della schiavitù. A chi affermava che la pratica dello schiavismo fosse autorizzata dalla legge risponde che nessuna legge umana poteva modificare la natura delle cose, né trasformare l’oscurità nella luce, o il male nel bene. Aggiunge che non poteva esserci alcuna giustizia nell’infliggere estreme sofferenze ad altre persone, negando con forza che la schiavitù potesse essere conforme alla giustizia naturale o che potesse in alcun modo essere una pratica misericordiosa.

A chi affermava che lo schiavismo fosse ingiusto ma necessario, risponde che non vi poteva essere alcuna necessità nel violare le leggi della giustizia, della misericordia e della verità, e che in nessuna circostanza una persona poteva esimersi dal comportarsi con umanità, sottolineando come non sussistesse alcun obbligo di guadagnare grandi somme di denaro, né per la felicità presente né per quella futura.

A chi invocava la necessità di importare schiavi per il commercio, la ricchezza e la gloria della patria risponde che la ricchezza non era necessaria per la gloria di una nazione, e che fare a meno del commercio era meglio che commerciare in modo iniquo: “è meglio una onesta povertà che tutte le ricchezze ottenute con le lacrime, il sudore e il sangue dei nostri simili”.

A chi si proclamava innocente perché non aveva comprato schiavi ma li aveva ereditati dal padre intimava di eliminare immediatamente le fruste e le catene e liberare tutti i figli dell’uomo.

Infine Wesley sostiene che un trattamento più umano degli schiavi era in realtà possibile, e lancia accuse di colpevolezza ai capitani delle navi per la loro totale mancanza di compassione, ai mercanti di schiavi per il loro cuore di pietra e ai gentiluomini proprietari di piantagioni che erano complici di frode, furto e assassinio, invitandoli a mettere immediatamente fine alla situazione a qualsiasi costo, dal momento che il loro mobilio, le loro case e i loro terreni erano intrisi di sangue.

L’opuscolo si chiude con una supplica a Dio affinché abbia compassione di questi derelitti, facendo in modo che vengano liberati.

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