Intervista a Eddy Deforest, pioniere dell’osteopatia in Italia

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Foto di Riccardo Iacolina

Tra i precursori dell’osteopatia in Italia, il belga Eddy Deforest, osteopata dal 1981 diplomato all’I.W.G. Sutherland di Parigi con una tesi sull’ATM, membro d’onore del R.O.F. (Francia) e A.B.O. (Belgio), ha ricoperto in oltre quarant’anni di carriera osteopatica nel nostro Paese moltissime cariche. È stato fondatore e presidente del R.O.I. nel 1989 e direttore di una delle prime scuole italiane.
L’intervista a Eddy Deforest rappresenta un elemento imprescindibile nella storia dell’osteopatia in Italia, costituendo il primo fondamentale tassello su cui si è costruita la nostra disciplina fino ad oggi.

Come mai hai scelto di diventare osteopata?

Ero all’ultimo anno del dottorato di Fisioterapia all’Università di Bruxelles, nella sede di Tournai, tra il ’75 e il ’76, quando la signora Mézières in persona ha tenuto un corso di circa due settimane durante il quale ha introdotto i principi dell’osteopatia. Ci ha suggerito di considerare, al termine del nostro percorso universitario, di frequentare la scuola di osteopatia a Maidstone, in Inghilterra, o a Parigi, nell’unico istituto all’epoca presente in Francia, l’Istituto William Gardner Sutherland.

All’inizio della formazione, cosa pensavi che fosse l’osteopatia: una terapia manuale più efficace, una filosofia, una disciplina medica?

La signora Mézières ci aveva già fornito una significativa indicazione sull’osteopatia, definendola una “medicina alternativa”, come si diceva allora, e ci aveva inculcato la sua filosofia e un approccio principalmente “strutturale”. Inizialmente si discuteva infatti solo di osteopatia strutturale e poco del campo viscerale o cranio-sacrale. Quest’ultimo è arrivato in Francia negli anni ’80, quando Viola Frymann fece visita a Parigi. In quegli anni diversi osteopati americani arrivarono a Parigi, fra cui anche Fred Mitchell che tenne un corso di due settimane tra il 1986 e il 1987.

Conoscevi le origini dell’osteopatia?

È stata la prima cosa che ci hanno insegnato quando ho iniziato la scuola di osteopatia nel ’77. Come ho detto prima, l’osteopatia era principalmente focalizzata sulla componente strutturale, con una minore enfasi sul cranio-sacrale e praticamente nulla sul campo viscerale. L’osteopatia viscerale ha guadagnato terreno tra l’82 e l’83, con la pubblicazione nel 1982 del libro francese “Traité d’ostéopathie viscérale”. il cui autore, Jacques Weischenk, era in classe con me e aveva lavorato con il Dr Glenard, un medico gastroenterologo e internista in un centro di cura in Bretagna, utilizzando delle tecniche manuali di manipolazione viscerale. L’origine dell’osteopatia in campo viscerale è dunque francese, ma poi i colleghi belgi Georges Finet e Christian Williame hanno fatto un grande lavoro di ricerca finanziato dal Ministero della Sanità belga per darne una prova scientifica attraverso indagini radiologiche di risonanza magnetica eseguite dalla facoltà politecnica dell’Università di Mons, in Belgio. Oltre a Jacques Weischenk, era in classe con me anche Leopold Busquet.

Ti sei diplomato nel primo istituto di formazione osteopatica in Francia: ci racconti qualcosa in più su quegli anni?

Ho conseguito il DO nel 1981 con una tesi sul disordine dell’Articolazione Temporo-Mandibolare permettendomi così di partire con l’osteopatia strutturale ma integrando con il cranio-sacrale, all’epoca abbastanza sconosciuto sia in Francia che in Belgio, e con l’aiuto di un grande amico: Francis Peyralade. L’Istituto William Gardner Sutherland di Parigi era diretto da Regis Godefroy e Jean Josse. Quest’ultimo era un “personaggio” dell’epoca, un osteopata un po’ alla moda che curava già tutti i VIP di Parigi, mentre Regis Godefroy era l’osteopata del Conservatorio e del Teatro e dell’Operà di Parigi, un particolare che per me fu una grande fortuna perché per quasi due anni ho potuto frequentare lo studio di Regis Godefroy all’Operà di Parigi, oltre al fatto che mi fece conoscere il dott. Giniaux, un veterinario con cui ho sviluppato, 4-5 anni dopo, tutte le tecniche di osteopatia animale sul cavallo.

Dove venivano tenute le lezioni?

Le lezioni si tenevano in un grosso centro universitario collegato all’Università di Parigi che affittava i locali a delle scuole private che volevano insegnare le medicine “parallele”. Oltre alla scuola di osteopatia, che era la più importante con un programma di formazione quinquennale e già un centinaio di studenti francesi e una decina di belgi, in quel luogo c’era anche una scuola di agopuntura e un istituto di omeopatia.

La formazione è stata più teorica o più pratica?

È stata al 50 per cento teorica e 50 per cento pratica. Avevamo la fortuna di poter trattare in questo istituto veri pazienti, sempre sotto l’attenta supervisione dei docenti, ma io ero un privilegiato perché potevo anche trattare i pazienti con Josse e Godefroy all’Operà di Parigi.

Come e dove avvenivano le prove sulla pratica?

Avvenivano direttamente sui pazienti. Al primo anno si faceva osservazione e pratica delle tecniche che provavamo tra di noi nelle diverse classi, poi c’era questa piccola clinica dove facevamo osservazione e anamnesi dei pazienti. A partire dal secondo anno incominciavano un poco alla volta a toccare e a praticare certe tecniche particolari per arrivare al quarto anno in cui potevamo avere un approccio completo al paziente: dall’anamnesi, osservazione sino al trattamento.

C’erano testi di studio, dispense, lucidi?

Certo, avevamo molti libri in inglese dell’allora British School of Osteopathy, oltre a dispense personali con lucidi e diapositive forniteci direttamente dai docenti.

Quali sono i testi storici sull’osteopatia su cui hai cominciato a studiare e che magari conservi ancora?

Di recente ho ritrovato nella mia biblioteca il primo libro di Fred Mitchell, pubblicato nel 1972 e rieditato nel 1979 da Mitchell, insieme a Moran e Pruzzo, che erano due dei suoi assistenti in America. Abbiamo studiato su diversi testi interessanti, tra cui il “Handbook of Osteopathy Technique” di Lori Hartman, all’epoca capo del dipartimento delle tecniche osteopatiche presso la British School of Osteopathy. Il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1983, successivamente tradotto in francese. Un altro testo significativo è “Strain and Counterstrain” di Lawrence Jones, pubblicato in Francia nel 1981 ma disponibile in lingua inglese. Tra le opere consultate vi è anche il “Trattato di Osteopatia Viscerale” di Jacques Weischenck, del 1982. Inoltre, possiedo delle fotocopie del primo libro di Magoun, un voluminoso testo che avevamo fotocopiato durante il corso di osteopatia e successivamente tradotto sia in francese che in italiano, anche se personalmente ritengo che la versione italiana non catturi completamente l’essenza dell’osteopatia come nell’edizione originale in inglese.

Che ruolo aveva lo studio dell’anatomia?

All’epoca per la scuola francese l’anatomia era molto importante per cui la studiavamo principalmente sul Testut – Latarjet con un professore di anatomia di dissezione anatomica dell’università di Bruxelles.

Tra i docenti della scuola o i compagni di percorso, c’è qualche persona che ti ha particolarmente ispirato o che consideri un “maestro”?

Sicuramente i direttori della mia scuola Regis Godefroy e Jean Josse, due persone particolari, ma anche i miei compagni di classe Jacques Weischenck e Leopold Busquet con cui passavamo intere nottate a studiare osteopatia a Parigi. Leopold Busquet è stato uno dei primi studenti della Mézières in Francia e conseguentemente ha sempre lavorato molto nel campo strutturale dell’osteopatia e ha scritto diversi libri sulla sua metodologia.
Negli ultimi anni ’70 e primi anni ’80, ho avuto la fortuna di frequentare Fred Mitchell, che tenne un seminario a Parigi per due settimane. Successivamente, Rollin Becker si unì a noi a Parigi. Inoltre, ho avuto il privilegio di viaggiare negli Stati Uniti tra il ’87 e l’88 per incontrare Viola Frymann due volte accompagnato da Francis Peyralade, uno dei pionieri dell’osteopatia in Francia e grande amico di Viola. A quel tempo, Viola Frymann non accettava molti studenti europei e l’amicizia con Peyralade fu fondamentale nel nostro caso. Lavorare con lei è stata un’esperienza straordinaria. Ad esempio durante i trattamenti osteopatici utilizzava la musicoterapia e aveva una musicista professionista che suonava brani selezionati da lei in base alla personalità del bambino, poiché si concentrava esclusivamente sui neonati e sui bambini. Nel suo studio c’era persino un chiropratico, non un osteopata, che si occupava delle patologie degli adulti.

Una volta diventato osteopata hai esercitato sempre esclusivamente come osteopata?

Sì ho preso il mio diploma DO nel 1982 e per un paio d’anni ho lavorato in Belgio esclusivamente come osteopata. All’epoca ho dovuto ritirarmi dall’albo nazionale dei dottori in fisioterapia perché stando al regolamento sanitario statale non potevo fare le due cose insieme. Ho quindi svolto esclusivamente l’attività di osteopata e ho partecipato alla fondazione della Société Belge d’Ostéopathie (SBO) insieme ad altri circa trenta membri. Questa Associazione, ora nota come ABO, è riconosciuta ufficialmente da vari ministeri. Praticamente faccio l’osteopata da 44 anni.

Come sei arrivato in Italia? Cosa ti ha spinto a fare l’osteopata qui?

Sono giunto in Italia per la prima volta nel ’77 poiché mia moglie, nata in Belgio ma di origini abruzzesi, desiderava rivedere i suoi nonni italiani, con i quali non aveva avuto contatti dall’età di 4 anni. Ci siamo incontrati all’università e ci siamo sposati nel ’76. Durante quella prima visita, che era inizialmente prevista come una breve vacanza di un mese, ho avuto l’opportunità di stringere amicizia e fare conoscenze nel mondo medico. Nonostante fosse un periodo di svago, ho avuto l’occasione di curare i miei primi pazienti italiani, tra cui un chirurgo dell’ospedale di Atri, che oggi ha 85 anni ed è rimasto un grande amico, insieme a un altro medico pediatra. Da allora, ho continuato a tornare in Italia ogni anno in vacanza, fino alla nascita di nostro figlio nel 1980, evento che ci ha convinti a cambiare radicalmente vita e stabilirci definitivamente qui.

In che anno hai pensato di aprire una scuola di osteopatia?

Ho pensato di aprire una scuola di osteopatia subito, praticamente appena arrivati ​​in Italia nel 1983.
L’idea mi è stata anche suggerita dai miei professori di Parigi Godefroy e Josse che si occupavano già di osteopatia internazionale e mi illuminarono sul fatto che in Italia non ci fossero scuole di osteopatia. A quei tempi c’erano scuole solo in Inghilterra, in Belgio e in Francia, in più se ne aprirono altre due in Portogallo e in Spagna.

Quando hai tenuto il primo corso di osteopatia in Italia?

Nel 1984 ho tenuto un corso all’Ospedale Umberto I di Ancona dove lavorava il professor Sciarretta, un amico oltre che medico fisiatra e agopuntore. Ho iniziato con Pasquale D’Antonio e Dino Del Cane con cui abbiamo fondato l’Associazione Italiana di Osteopatia (AIO), oltre a Manfredo Tarola, Paolo Castagna e mia moglie, Mattucci Maria. In seguito ci siamo trasferiti in una scuola privata a Pescara, dove si è tenuto il secondo e il terzo anno di osteopatia, per poi trasferirci prima al Domus Pacis di Roma, per il quarto anno, e dopo definitivamente a Milano per concludere il sesto anno e ricominciare il ciclo nel nuovo Istituto Italiano di Osteopatia (attuale I.I.O. di Milano) che ho diretto fino al 1994.

Chi sono stati i tuoi primi allievi?

I miei due primi allievi e, per così dire, “discepoli” diretti, sono stati appunto Pasquale D’Antonio e Dino Del Cane. Dino lo conoscevo già sin dai tempi della facoltà di Fisioterapia in Belgio; era figlio di un emigrato italiano in Belgio di ritorno a Roseto degli Abruzzi. Gli ho proposto di seguire un corso di formazione in osteopatia, e siccome era amico di D’Antonio, che mi sembra lavorasse con lui al centro Santo Stefano di Roseto, mi ha messo in contatto con lui e da lì siamo stati insieme per 4 anni di formazione.
La prima classe che si è diplomata a Milano era composta all’inizio da dodici iscritti tra cui Fulvio De Panfilis, Fabrizio Cingolani e Felice Pizzolorusso. Iginio Furlan ha invece conseguito il D.O. l’anno successivo insieme all’attuale presidente del ROI, Paola Sciomachen.
Nel 1989 vennero conferiti in Italia i primi Certificates of Osteopathic Medicine (C.O.) e nel 1990 i primi Diplomi di Osteopatia (D.O.) conseguiti all’Istituto Italiano di Osteopatia che, se ho buona memoria, furono assegnati a Pasquale D’Antonio e Dino Del Cane, Paolo Castagna, Manfredo Tarola, Felice Pizzolorusso e Fulvio De Panfilis. All’epoca organizzavamo il tutto a livello internazionale con una giuria composta da professionisti provenienti da diverse parti del mondo. Il primo a far parte della giuria è stato Steve Sandler, ex direttore della British School of Osteopathy. Tra gli altri c’erano anche Simon Moiny, membro dell’associazione belga e della società belga degli osteopati, e René Briend, iscritto al registro francese degli osteopati e mio ex collega all’I.W.G.Sutherland di Parigi.

Perché hai fondato il ROI?

Perché credo che l’osteopatia, che era partita abbastanza bene a livello pedagogico, dovesse avere un seguito, diciamo, più politico e professionale anche per promuovere l’adozione di regole etiche e deontologiche nel campo dell’osteopatia. Così il ROI nasce con un atto notarile a Chieti il 29 settembre 1989. Il primo statuto l’abbiamo scritto noi, io con D’Antonio e il mio amico avvocato di Atri.

Se potessi condividere con noi tre casi della tua intera esperienza, quali ci racconteresti?

Forse uno dei casi più importanti riguarda Ludo Coeck, grande giocatore e mio amico dai tempi in cui ero osteopata della nazionale di calcio belga. A un certo punto l’ho ritrovato qui in Italia quando è venuto a giocare in Serie A con l’Ascoli Piceno e dopo sole due settimane ha avuto una pubalgia terribile durata sicuramente per 3-4 mesi. Non so come, a un certo punto il Presidente dell’Ascoli Piceno mi ha contattato per trattare Coeck e così sono rimasto a lavorare per 4-5 anni con la squadra.
I casi che hanno segnato la mia vita professionale osteopatica sono tanti, un altro riguarda una bambina, oggi adulta e ancora mia paziente, in cui credo che l’osteopatia abbia fatto tanto, sia a livello fisico che psicologico.

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