Barbara Simone
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21/08/2026 - Ultimo aggiornamento 21/08/2026

Abraham E. Libman, Mikhail I. Volokitin, David Lee, Katelyn Wang, Daniella Maydan, Tzipora Benyaminov, Laura N. Tarbay, Katherine M. Petrov | Anno 2026

È Tutto nella Tua Testa: Un Case Report di Vertigine Posturale Percettiva Persistente e Ansia Cronica Trattate Contemporaneamente con la Medicina Manipolativa Craniale Osteopatica

Patologia:

Vertigini

Tipo di studio:

Case Report

Data di pubblicazione della ricerca:

10-06-2026

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Scopo dello studio

  • Obiettivo: mostrare l’utilità dell’OCMM in una paziente con vertigine posturale-percettiva persistente, comorbidità psichiatriche e patologia sellare.
  • Outcome misurati: valutazione dell’ansia tramite Generalized Anxiety Disorder-7 (GAD-7), della depressione tramite Patient Health Questionnaire-9 (PHQ-9), dei livelli di cortisolo, della percezione soggettiva del miglioramento dell’equilibrio, della frequenza delle cadute e della fiducia nella deambulazione.

 

Partecipanti

  • Numero: 1
  • Descrizione: donna, 30 anni. Da oltre due anni soffriva di un disturbo persistente dell’equilibrio associato a vertigini croniche e a un progressivo deterioramento della funzionalità quotidiana. La sintomatologia era caratterizzata da episodi di vertigine ricorrenti, anche più volte al giorno, soprattutto in occasione dei cambiamenti posturali. La paziente riferiva una sensazione intermittente di inclinazione del corpo in avanti e verso sinistra, accompagnata da episodi imprevedibili di instabilità durante la giornata. Questi disturbi avevano compromesso in modo significativo la capacità di deambulare autonomamente e avevano determinato cadute ricorrenti, anche diverse volte alla settimana, le quali avevano provocato lesioni muscoloscheletriche secondarie e avevano aumentato la paura di camminare. L’impiego di un bastone aveva ridotto parzialmente il numero delle cadute, senza tuttavia eliminare gli episodi di instabilità. Con il progressivo aggravamento del quadro clinico, la paziente era stata costretta a utilizzare uno scooter per la mobilità, allo scopo di ridurre il rischio di ulteriori cadute e lesioni. La paziente non era più in grado di guidare, aveva sviluppato disturbi del sonno, difficoltà nel rispettare gli impegni lavorativi e una crescente dipendenza dagli ausili per la mobilità. La limitazione dell’autonomia aveva inoltre favorito il ritiro sociale e aveva aggravato i sintomi depressivi e ansiosi.
    I sintomi erano cominciati dopo un incidente automobilistico: tale associazione aveva inizialmente fatto ipotizzare possibili conseguenze neurologiche o vestibolari post-traumatiche. Tuttavia, gli esami (es. risonanza) non avevano evidenziato lesioni traumatiche acute e le successive valutazioni neurologiche non avevano identificato una causa strutturale capace di spiegare pienamente i sintomi. Era quindi stata formulata una diagnosi clinica di vertigine posturale-percettiva persistente, che però aveva dei limiti. Nella documentazione che la paziente ha portato alla visita osteopatica, non risultava l’esecuzione di una valutazione vestibolare completa mediante videonistagmografia, elettronistagmografia, potenziali evocati miogenici vestibolari, video head impulse test o posturografia computerizzata. L’assenza di questi accertamenti riduceva la certezza diagnostica e non consentiva di escludere definitivamente altre possibili cause vestibolari o neurologiche.
    La paziente era affetta da ipotiroidismo, trattato con levotiroxina e con una combinazione di T4 e T3. Gli esami ormonali mostravano un TSH soppresso, compatibile con la terapia sostitutiva, mentre i valori di T3 libera e T4 libera risultavano nella norma. Anche prolattina, cortisolo, ormone della crescita, IGF-1, LH e FSH non mostravano alterazioni tali da suggerire una causa endocrina alternativa dei disturbi. Durante precedenti approfondimenti neuroradiologici era stata identificata una lesione ipofisaria, inizialmente considerata benigna. La risonanza magnetica aveva evidenziato un lieve coinvolgimento sovrasellare, con compressione anteriore del peduncolo ipofisario, che restava comunque in posizione mediana, e un minimo contatto con il chiasma ottico. Rispetto agli esami precedenti, la lesione mostrava anche un modesto incremento dimensionale. La diagnosi differenziale radiologica comprendeva una cisti della tasca di Rathke oppure un adenoma ipofisario contenente materiale proteico o prodotti di degradazione ematica. Gli specialisti non avevano individuato indicazioni sufficienti per un trattamento chirurgico, né le era stato dimostrato un rapporto causale certo tra il reperto ipofisario e la gravità dei suoi disturbi vestibolari e funzionali.
    Anche la valutazione neuromuscolare non aveva fornito elementi utili a spiegare il quadro. L’elettromiografia e i livelli di creatinfosfochinasi erano normali, mentre due precedenti valutazioni genetiche, eseguite in relazione a una storia familiare di distrofia muscolare facio-scapolo-omerale, non avevano condotto a una diagnosi.
    L’anamnesi psichiatrica era caratterizzata da ansia, depressione e disturbo da stress post-traumatico correlato a esperienze avverse dell’infanzia. Tali condizioni erano presenti da oltre dieci anni e precedevano quindi ampiamente l’insorgenza delle vertigini e dei disturbi dell’equilibrio. La paziente era stata seguita da uno psichiatra e aveva assunto diversi farmaci ansiolitici e antidepressivi, tra cui venlafaxina e quetiapina. La presenza di disturbi psichiatrici aveva portato diversi specialisti ad attribuire almeno in parte le vertigini e l’instabilità all’ansia o al disturbo da stress post-traumatico. Tuttavia, nonostante anni di psicoterapia e trattamento farmacologico, la sintomatologia vestibolare era rimasta sostanzialmente invariata.
    La paziente era stata sottoposta a un percorso multidisciplinare che aveva coinvolto medicina generale, neurologia, psichiatria, endocrinologia, neurochirurgia e fisioterapia. La riabilitazione si era concentrata soprattutto sull’equilibrio, sulla forza e sul recupero della stabilità durante la deambulazione. Nonostante la continuità dei trattamenti, i risultati erano stati scarsi o assenti, senza una riduzione significativa delle vertigini, delle cadute o della sensazione di instabilità.
    La paziente è stata sottoposta a un esame osteopatico completo sugli aspetti muscoloscheletrici (postura, deambulazione, mobilità vertebrale e allineamento degli arti) e sulla meccanica craniale. Sono emerse diverse disfunzioni somatiche, verosimilmente associate almeno in parte alle frequenti cadute e agli adattamenti posturali sviluppati nel tempo, una curva toracica funzionale di tipo I tra T4 e T9, precedenti traumi ripetuti in inversione delle caviglie e un apparente accorciamento funzionale dell’arto inferiore destro di circa 1,5 cm. La valutazione craniale ha evidenziato una ridotta ampiezza e un’alterazione qualitativa dell’impulso ritmico craniale, un aumento della tensione durale e un’asimmetria della base cranica, elementi compatibili con un pattern di strain superiore dello sfenoide, caratterizzato da una restrizione della mobilità della sincondrosi sfeno-basilare e da una componente di scorrimento verticale percepita palpatoriamente.

Interventi e valutazioni

  • Valutazione della percezione soggettiva del miglioramento dell’equilibrio, della frequenza delle cadute e della fiducia nella deambulazione dopo ogni trattamento, dell’ansia tramite GAD-7 e della depressione tramite PHQ-9 dopo la fine dei trattamenti, dei livelli di cortisolo dopo la fine di trattamenti e dopo 1 anno di follow-up.
  • 2 sessioni di OCMM a distanza di una settimana l’una dall’altra.
  • OCMM:
    • decompressione della sincondrosi sfeno-basilare, tecniche di bilanciamento delle tensioni membranose, compressione del quarto ventricolo per le disfunzioni craniche;
    • tecniche ad alta velocità bassa ampiezza e ad energia muscolare per le disfunzioni extra-craniche.
  • L’OCMM è stata eseguita da un medico osteopata con formazione post-laurea ed esperienza clinica in OCMM.

Risultati

Dopo la prima sessione, la paziente ha riportato un miglioramento del 10% nell’equilibrio e una riduzione del 50% dell’ansia. Dopo la seconda sessione, il miglioramento dell’equilibrio è salito al 25% e la riduzione dell’ansia al 75%. I punteggi dei questionari sono migliorati drasticamente: il GAD-7 è sceso sotto la soglia clinica e il PHQ-9 è passato da 11 (depressione moderata) a 5 (sintomi depressivi lievi). Nonostante una non risoluzione completa dei sintomi, la paziente ha riportato una riduzione delle cadute, maggiore fiducia nel camminare senza ausili e un sollievo soggettivo immediato, risultati mantenuti al follow-up di un anno. Inoltre, durante il periodo di trattamento i livelli di cortisolo sono aumentati per poi, al follow-up di un anno dopo, essere tornati nella norma.

Discussione

Il caso descrive una paziente con vertigine posturale-percettiva persistente refrattaria alle terapie convenzionali, i cui sintomi sono migliorati dopo l’identificazione, tramite esame strutturale osteopatico, di uno strain allo sfenoide superiore mai considerato in precedenza, e il successivo trattamento con OCMM. Dopo due sedute, la paziente ha mostrato un miglioramento significativo nella percezione dell’equilibrio, una riduzione della frequenza delle vertigini e un netto miglioramento dei sintomi ansioso-depressivi, con normalizzazione dei punteggi GAD-7 e PHQ-9. Pur trattandosi di un singolo caso che non permette di stabilire causalità, il dato suggerisce che la disfunzione somatica cranica possa essere un fattore sottovalutato nella PPPD.

La vertigine posturale-percettiva persistente è oggi concettualizzata come disturbo vestibolare funzionale, in cui un’alterata elaborazione sensoriale e una percezione di minaccia accentuata alimentano un circolo vizioso tra ansia e vertigini; neuroimaging e test vestibolari risultano spesso normali, complicando la diagnosi. Dal punto di vista osteopatico, la meccanica della base cranica influenza la funzione vestibolare e autonomica attraverso la tensione delle membrane durali. Lo strain allo sfenoide, causato da un movimento parallelo anomalo tra sfenoide e occipite a livello della sincondrosi sfeno-basilare, può indurre vertigini, disturbi visivi e squilibrio autonomico. L’OCMM può agire ripristinando un movimento equilibrato in questa sede, riducendo la tensione durale e favorendo la normalizzazione del tono autonomico.

Nella paziente, il miglioramento è avvenuto temporalmente dopo il trattamento cranico, coinvolgendo sia i sintomi fisici sia quelli psicologici, a supporto di un modello mente-corpo. Un aumento del cortisolo osservato nel periodo va interpretato con cautela, per l’assenza di misurazioni pre/post-trattamento; anche la lesione ipofisaria incidentale, vicina anatomicamente alla regione sfenobasilare, solleva ipotesi ma non conclusioni causali. Il caso evidenzia inoltre come le diagnosi psichiatriche pregresse abbiano contribuito a minimizzare a lungo i sintomi fisici della paziente, e come un approccio osteopatico che integra aspetti strutturali, neurologici e psicologici possa contrastare questo bias diagnostico.

I limiti principali riguardano: la natura di caso singolo, non generalizzabile; il possibile ruolo di effetti placebo e del contesto terapeutico; la scarsa affidabilità inter-esaminatore della valutazione palpatoria; l’assenza di test vestibolari oggettivi contemporanei al trattamento e di una valutazione neuroendocrina/oftalmologica completa; la natura retrospettiva della revisione.

In conclusione, la disfunzione somatica cranica può contribuire alla persistenza dei sintomi della vertigine posturale-percettiva persistente in specifici pazienti, specie in presenza di comorbidità psichiatriche, e l’OCMM può rappresentare un intervento aggiuntivo a basso rischio, complementare alle terapie esistenti. Servono naturalmente studi controllati su prevalenza, riproducibilità diagnostica e ruolo terapeutico dell’OCMM nella vertigine posturale-percettiva persistente.

La recensione di Osteopedia

A cura di Marco Chiera

Punti di forza: descrizione molto dettagliata del caso; sottolineatura del pregiudizio clinico nei confronti dei pazienti psichiatrici e/o con disturbi funzionali, dove spesso viene tutto rimandato a problemi psicologici senza indagare effettivamente il fisico; uso di scale validate; discussione approfondita e analisi dei limiti dell’OCMM; follow-up ad un anno.

Limiti: come tutti i case report, è difficilmente generalizzabile; sarebbero state utili misurazioni più oggettive sull’equilibrio e le vertigini; come riportato dagli autori, il miglioramento potrebbe essere stato indotto da un effetto placebo, a fronte di limiti nell’affidabilità inter-operatore della palpazione craniale; manca un inquadramento della variazione di cortisolo, dato potenzialmente interessante (potrebbe indicare un recupero delle capacità di adattamento dell’organismo, in quanto in condizioni croniche il cortisolo può tendere ad esaurirsi o a perdere la sua ritmicità).

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